Una Diversa Visione Della Mente E Dalla Psiche

Una Diversa Visione Della Mente E Dalla Psiche.

Una Diversa Visione Della Mente E Dalla Psiche mainOsservazioni Personali: l’articolo che andrete a leggere analizza in maniera efficace il funzionamento della mente 3D ma si tratta di un’analisi tipicamente tridimensionale, mentale e logica, da questo modo di pensare nasce il paragone tra il funzionamento della Psiche e quello di un PC (Personal computer).

Fortunatamente la nostra Essenza è più di questo e anche nei limiti di un’esistenza tridimensionale possiamo sperimentare la nostra Grandezza, specialmente attraverso i Sentimenti e le Emozioni che differenziano un’Unità di Coscienza in Evoluzione da un Calcolatore Biologico che esegue dei programmi di routine.

Bisogna osservare che in fondo i moderni psicologi non hanno in realtà scoperto niente, hanno semplicemente raccolto in schemi ciò che da sempre le menti allenate sanno sviscerare della conoscenza di sé e dell’altro. Basta ricordare l’uso sapiente che faceva Shakespeare dei risvolti psicologici nei propri personaggi, oppure quale forza ha da sempre ricavato la religione con la pratica della confessione che è anche alla base di qualunque terapia psicoanalitica.

Detto questo, non voglio però apparire un noioso oratore di teorie strampalate, tuttavia penso che nessun analista o studioso ha in realtà presentato il modello corretto della struttura del cervello e della psiche. Rimanendo a ragionare sul Piano Fisico, lascio ad altri momenti l’indagine sui corpi alternativi che compongono l’essere umano e studiamo che cosa sia il cervello e cosa sia la psiche.

Il cervello è un organo di comunicazione, non è il supporto del pensiero, come si ritiene comunemente e nemmeno della psiche. Tanto meno si identifica come anima, né possiede uno spazio in cui l’anima alloggia. Il cervello è composito, ciò che noi chiamiamo parte destra e parte sinistra sono in realtà due cervelli indipendenti che svolgono delle attività in parte simili, ma in parte diversissime. Esiste poi un terzo cervello più piccolo che, come tutti ormai sanno, ha un prevalenza di DNA rettiliano. Il cervello, o meglio dire i cervelli, funzionano esattamente come i nostri moderni computer ed hanno un compito specifico da svolgere. Va però detto che anche il cuore ha delle prerogative simili, oltre che fungere da motore che pompa il sangue attraverso le vene e le arterie per alimentare il corpo. Ma di questo tratterò in seguito.

Il terzo cervello, il rettiliano, si incarica di sovrintendere alle funzioni automatiche del corpo umano e vigila costantemente sui pericoli esterni ed interni, utilizzando le stesse fonti di informazioni primarie degli altri due, cioè i sensi e le terminazioni nervose interne.

Questo cervello di regola non interviene nell’azione degli altri due, entra in attività solo, appunto, se si manifesta un pericolo alla sopravvivenza del corpo e, a seconda della gravità, assume il controllo parziale o totale del corpo stesso. La sua attività è la prima ad emergere alla nascita e garantisce la sicurezza del piccolo individuo attraverso un comportamento che potremmo definire animale, nel senso di istintivo.

Poi, crescendo, l’individuo comincia a sviluppare gli altri due cervelli e pian piano il controllo principale passa poi a quello che racchiude il sé.

Si capisce, e gli studiosi infatti lo sanno, che se per qualche ragione i cervelli principali non si sviluppano, l’individuo continua ad agire solo con l’istinto di sopravvivenza. Con il tempo il cervello principale esercita un’azione dapprima di controllo, poi di guida al cervello rettiliano e ne smussa la predominanza istintiva, sino a renderlo, ad età avanzata, innocuo ed inefficace. Cioè i giovani reagiscono al pericolo in modo più automatico e violento degli adulti o di coloro che hanno avuto un addestramento all’autocontrollo. Questo cervello è ciò che alcuni studiosi dello spirito chiamano il bambino interiore, che si comporta come tale, cioè è preda dell’istinto e che dobbiamo imparare a dominare, salvo lasciargli l’azione quando siamo in pericolo. A dimostrazione di questo ultimo concetto si veda il caso degli stati comatosi provocati dall’interruzione del funzionamento dei cervelli principali, il corpo continua a funzionare perfettamente, specie se si è giovani.

I due cervelli hanno, invece, il compito di accogliere il flusso bidirezionale di informazioni tra il corpo e la mente. Ora si può capire che gli studiosi tradizionali non vadano oltre i concetti di cui dispongono oggi, e che cerchino di trovare delle spiegazioni per il meccanismo del pensiero e della psiche con teorie sempre più contorte ed inverosimili: non conoscono o non possono accettare i seguenti due concetti.

1) Il primo è che esiste la telepatia, in senso generale, cioè il passaggio di informazioni tra una entità ed un’altra attraverso un procedimento ancora sconosciuto. Non mi sto riferendo ad una comunicazione di concetti, emozioni o parole, che sono una forma evoluta di telepatia, ma al basilare scambio di informazioni che risulta evidente tra tutte le forme di entità viventi. Gli studiosi non hanno capito come agiscano gli stormi degli uccelli o i branchi dei pesci, ecc. Alcuni ritengono che ci sia un capo e che gli altri individui lo seguano. Non è così, tutti gli individui sono uguali, mettono a disposizione degli altri le proprie percezioni e tutti gli altri raggiungono nello stesso istante le decisioni provocate da un unico stimolo, anche se non lo percepiscono direttamente.

Cioè di fronte ad uno ostacolo tutti i pesci scartano nello stesso istante, anche se solo alcuni lo vedono. La scienza ha verificato più volte e con certezza che tra gli esseri viventi avvengono scambi di informazioni. Come l’esperimento di applicare dei ricettori sensibili ad una pianta per constatare che questa reagisce quando dei gamberi vivi sono gettati nell’acqua bollente.

2) Il secondo concetto alla base della comprensione del pensiero è che esistono delle realtà al di sopra delle 3+1 dimensioni di cui per ora gli studiosi sono a conoscenza.

In realtà la mente è altrove, nei luoghi protetti e designati a raccogliere tutte le menti degli esseri senzienti di ogni tempo, spazio e universo. E’ un concetto piuttosto elevato, di certo Freud e nemmeno Jung avrebbero mai potuto ipotizzarlo, e se lo avessero sognato di notte non sarebbero stati grado di proporlo, a quei tempi, e nemmeno ora.

Noi, oggi, disponiamo di nuovi punti di vista, quindi possiamo indagare meglio ed inoltre abbiamo avuto l’ esperienza di quella nuova macchina che comunemente chiamiamo PC e, conoscendone il relativo funzionamento, molti misteri della mente umana si chiariscono per analogia.

I due cervelli comunicano tra loro a livello fisico e si scambiano le informazioni in arrivo, poi vediamo da quali origini, e le conclusioni che traggono dopo il lavoro di elaborazione. Il cervello è un organo di comunicazione, cioè trasferisce le informazioni verso e dalla mente che risiede nell’altrove.

Qui apro una piccola parentesi. Alla morte fisica del corpo non corrisponde la morte della mente. Questa nozione si è già molto diffusa sia grazie agli insegnamenti di profeti, santi, o canalizzatori, sia per i racconti di sopravvissuti a stati di morte clinica accertata. Come potrebbero il sé, la memoria, la coscienza, mantenersi se non risiedesse altrove? Alcuni sostengono erroneamente che tutto ciò sia racchiuso nell’anima, la quale sarebbe un quid, peraltro mai nessuno è riuscito a vederne una, che trasporta con sé la mente.

E’ molto più facile accettare il fatto che la mente non sia qui, è altrove ed alla morte semplicemente si trasferisca per così dire l’interfacciamento dal corpo fisico al corpo astrale, senza nulla perdere nel passaggio. E anche, come vedremo più oltre, durante il sonno. Il sé è contenuto nella mente e fa capo ad uno dei due cervelli, mentre nell’altro risiede ciò che viene definito l’inconscio. Questa è però una dizione di comodo in quanto i due cervelli lavorano nel medesimo modo, non esiste l’inconscio, esiste un trattamento dei pensieri di cui possiamo pilotare entro certi limiti l’evoluzione, oppure no.

La fonte di informazione è la stessa, tutti gli stimoli che provengono dai sensi di cui dispone il corpo fanno capo ad entrambi i cervelli. La loro peculiare differenza è che il lavoro di trattamento delle informazioni avviene nel primo cervello in modo visibile, nel secondo invece no. Le conclusioni che raggiunge il secondo cervello rimangono latenti, salvo casi eccezionali, e vengono riconosciute ed utilizzate dal primo, dal sé, solo in modo indiretto. Di solito come sensazioni o emozioni o intuizioni improvvise. I dati sono lì sul bordo della percezione, infatti con un adeguato allenamento è possibile utilizzare immediatamente il risultato della elaborazione del secondo cervello, riconoscendo i segnali che questo manda al sé, quando è pronto.

La differenza sostanziale è che il secondo cervello lavora indisturbato, mentre il primo è soggetto ai continui stimoli provocati dalla continua elaborazione della realtà. Infatti cosa si dice quando si è immersi profondamente nei propri pensieri? Che ci si estranea dalla realtà sino ad immergerci in uno stato quasi di “trance” volontaria.

Il cervello è organizzato come un PC, esiste un organo di ingresso che trasforma le percezioni derivate dai sensi in informazioni utili per la successiva elaborazione.

In pratica esiste un “kernel”, un sottoprogramma che interpreta i sensi, la vista, l’udito, ecc. Ogni percezione viene tradotta, esemplare è l’esperienza di ciechi dalla nascita che, se acquistano la vista, impiegano del tempo per imparare a “vedere” perché dapprima questi stimoli luminosi non hanno nessun significato.

Il traduttore però non è innato, almeno per una parte, io percepisco la luce ed i colori, ma le forme le devo apprendere, con l’esperienza di visioni successive e con l’aiuto degli altri sensi a conforto. Come con i suoni: li devo assiemare con un certo criterio, l’orecchio li riceve con una scala logaritmica ed ha degli stimoli tra vari tipi di accordi impliciti nell’udito, ma i gruppi di suoni diversi vanno aggregati se si vuole riconoscere, per esempio, il parlato

Poi esiste un anello di “kernel” superiore, come fosse la “virtual machine”, che associa al primo gruppo di stimoli un significato più ampio, come riconoscere la parola, la musica, la percezione stereo della vista. Questo vale anche per gli altri sensi, sebbene il loro spettro di percezione sia più limitato. Certe facoltà si possono sviluppare, è solo questione di aggiungere al kernel una maggiore specializzazione, come fanno per esempio i ciechi con il tatto e l’udito. I sensi sono sempre gli stessi, ma impariamo, attraverso l’educazione del cervello, ad utilizzarli meglio, ed anche il cervello rimane lo stesso, una parte della memoria sarà devoluta a questo accresciuto compito.

Ecco ora la memoria. Le funzioni del cervello, o i “programmi”, sono contenuti in memoria. La mente è altrove con i suoi banchi di memoria, ed il cervello elabora solo le percezioni con dei programmi locali. La memoria è fisica, quindi ha un certo contenuto, tutti sanno che se un PC ha poca memoria non può eseguire certi programmi o li esegue lentamente.

La mente è fatta nello stesso modo. Le varie parti che compongono il meccanismo sono dei programmi che occupano delle zone di memoria, e le varie informazioni che via via raccogliamo si depositano anch’esse in zone di memoria.

Tutte le facoltà della mente sono generate da dei sottoprogrammi più o meno grandi, a seconda della complessità dei compiti, e la mente è dotata anche (un programma specifico) della capacità di crearsi dei sottoprogrammi per delle esigenze particolari.

Stati di inefficienza del cervello, come l’autismo ad esempio, lasciano lo spazio di memoria sgombro dai sottoprogrammi, quindi la psiche risulta disattivata, e nello spazio così disponibile si riversano le strutture della logica del “kernel” che danno luogo quindi a grandi capacità matematiche dei soggetti colpiti, oppure altre singole ed esclusive doti in grandezza molto superiore al normale.

Ogni nuovo programma o parti di programmi incompleti occupano spazio, quindi a forza di aggiungere dati o programmi si arriva all’esaurimento della disponibilità di spazio. Esistono dei meccanismi di protezione automatica, come allontanamento dalla memoria di dati poco rilevanti, oppure si formano delle disfunzioni. Il sé è il sistema operativo e, a somiglianza con quello del PC, continuamente elabora ogni percezione in arrivo.

E QUI INSERISCO LA RICERCA SULLA PSICHE.

Ogni stimolo in arrivo provoca automaticamente l’analisi dello stesso, la mente deve collocare questo stimolo nel bagaglio dei ricordi, o a breve termine, o a lungo, a seconda dell’importanza, e deve, quindi, a causa della schematicità della mente stessa, definire la casella in cui riporre il ricordo. Perciò lo deve classificare, ecco il fondamento della logica aristotelica, e per farlo esegue il confronto con precedenti stimoli sino a riconoscerne di simili, quindi li raggruppa nella stessa categoria e, e qui sta il problema, corregge il filtro in ingresso secondo la sommatoria della esperienze simili che ha avuto in passato, per ottenere di incasellare subito i nuovi stimoli.

Il problema è che il processo è solo qualitativo, l’importanza della nuova esperienza è la stessa di tutte quelle passate, e, in più, ad ogni nuova esperienza il filtro stesso si modifica e quindi accade spesso il caso che poche piccole esperienze di scarsa importanza mascherino quell’unica veramente importante, solo perché è filtrata con il filtro generato da quelle piccole. Sono infiniti i casi in cui si assiste ad una insufficiente capacità di giudizio di persone che sono state così deformate dal continuo bombardamento di piccoli eventi, che hanno permesso di mascherare quello grande. L’abilità di certi imbonitori, certi canali pubblicitari è di ottenere questo effetto.

Ho detto che la mente continua ad elaborare gli stimoli per incasellarli nella memoria. Accade a volte che il risultato della elaborazione di un particolare “input” risulti in contraddizione con le esperienze simili già archiviate. La mente quindi non può finire l’esame di quel particolare stimolo e, dopo un certo breve tempo, accantona l’esame che non fornisce un risultato coerente e lo isola in modo da non doverlo più esaminare, per poter passare ad altri esami che nel frattempo si sono presentati.

O anche, dato l’obbligo del sistema operativo di esaminare sempre qualcosa, cioè di pensare sempre, se non sono pervenuti stimoli recenti la mente ne cerca altri simili ai più vicini nel tempo e li riconsidera studiando nuove interpretazioni. (rimuginare le stesse idee.) Questo meccanismo risulta a volte pericoloso, perché la mente non si accontenta, in mancanza di meglio, di raggiungere una conclusione simile alla vecchia. In queste situazioni il processo si avvita su se stesso e la mente può perdere il controllo di sé arrivando a conclusioni che poi provocano comportamenti non equilibrati.

Da Wikipedia: Profezia che si autoadempie. Effetto Rosenthal.

In psicologia, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, convinto o timoroso del verificarsi di eventi futuri, altera il suo comportamento in un modo tale da finire per causare tali eventi.

Ancora, la mente deve elaborare continuamente gli stimoli in arrivo, se questi sono molto forti e molto numerosi si determina un “overflow”, si supera la capacità di elaborazione e la mente si difende isolandosi e formando un blocco degli stimoli che vengono accantonati per sgomberare l’area di lavoro.

La memoria ha una dimensione finita, col tempo si accumulano tutti i frammenti di elaborazioni non riuscite o di stimoli in contraddizione o di stimoli esagerati e rimangono lì sino a quando non verranno rimossi. Quindi lo spazio di memoria si riduce, la mente perciò deve ridurre la profondità di esame dei successivi stimoli, questo processo è elastico: si auto adatta.

Ridurre la qualità dell’esame degli stimoli equivale dall’esterno a ridurre il grado di interpretazione della realtà dell’individuo, sino a renderlo del tutto incapace di discernere il senso della realtà stessa. Il processo è involutivo, in quanto più si semplifica la percezione, tanto si semplifica il filtro per le prossime, sino al completo dominio della mente altrui, occupata come è a saltare tra un blocco e l’altro.

Il potere dei torturatori, o in modo meno drammatico, dei manipolatori dell’opinione pubblica, deriva dalla presentazione di stimoli esagerati e troppo frequenti o dalla presentazione di informazioni di uguale importanza ma in contraddizione.

Le religioni ed i “misteri” in generale, oltre che i comandanti militari, hanno da sempre usato queste tecniche per abbassare la capacità di giudizio dei popoli e dei soldati.

Il secondo cervello, si è detto, esegue anche esso l’esame degli stimoli, con una differenza sostanziale, infatti possiede a sua volta un sistema operativo ed una serie di filtri per la classificazione. Tuttavia sono diversi dal primo, quindi spesso raggiunge delle conclusioni diverse. Inoltre, non dovendo gestire il sé, ha più spazio operativo e non dovendo raccogliere gli stimoli con la stessa urgenza del primo cervello, può dedicarsi ad eseguire degli esami più approfonditi degli stimoli. Quindi il secondo cervello risulta più attendibile del primo, risente tuttavia anch’esso dei limiti operativi di cui sopra. Se da una parte l’elaborazione del secondo cervello è più precisa, dall’altra una presenza di blocchi di memoria isolati e irrisolti è molto più difficile da rimuovere in quanto questo secondo cervello non è in grado di comunicare direttamente verso l’esterno.

Il principale obiettivo della psichiatria e dalla psicoanalisi è quello di rimuovere i blocchi, questi scienziati hanno riconosciuto la presenza di queste formazioni, pur senza cogliere la differenza del comportamento dei due cervelli. Infatti se i blocchi del primo cervello riducono la capacità di percezione della realtà, quelli del secondo cervello provocano invece una continua e pressante pressione al primo cervello per la loro eliminazione. E ne determinano perciò un comportamento che non risulta più coerente con la personalità normale del soggetto. Ecco, ed esempio, che avviene la coazione a ripetere, non è altro che il tentativo del secondo cervello di sgombrare la propria area di memoria da analisi di stimoli che sono risultati in contraddizione, pressando il primo cervello affinché l’individuo ripeta l’esperienza in modo da correggere gli stimoli appresi.

La funzione principale del secondo cervello è di controllo, di coadiuvare il primo, e di correggerne gli errori, questi è meno soggetto a subire manipolazioni esterne, tuttavia occorre un addestramento del sé cosciente, che deve imparare a comunicare con esso, se si sono manifestate delle anomalie. In altri termini i “preconcetti” che sono alla base dei criteri di valutazione dell’uomo sono sia i filtri, che il cervello elabora per classificare gli stimoli in arrivo, e sia i blocchi di memoria isolati che di volta in volta possono: da un parte impedire di percepire la realtà senza distorsioni, e dall’altra provocare delle reazioni a certi particolari stimoli, che non sono in linea col comportamento normale. Per esempio quando viene presentata una dimostrazione che una verità creduta non è autentica, si forma una contraddizione e la mente reagisce isolando e respingendo lo stimolo in arrivo, cioè l’informazione che ha ricevuto, oppure si estranea formando un blocco che la isola e quindi è a tutti gli effetti come se non l’avesse ricevuta. (non se ne ricorda nemmeno.)

Ho accennato al fatto che la mente sopravvive alla morte del cervello ed infatti, essendo la mente una realtà non fisica, essa non risiede appunto nel cervello, ma soltanto ne interagisce. Quando il cervello non funziona più o non c’è più, la mente cambia il modo di collegarsi alla realtà o, anche, ne rimane totalmente estranea. Ma non per questo sia il pensiero che l’intelligenza cessano di “essere”, e questo allontanamento è tanto più comune, quanto non ci rendiamo conto che sia così. Cioè nel momento del sonno la nostra mente si scollega dal nostro cervello per agire con le altre manifestazioni del “essere” un umano. Ma il sé non è presente, quindi non ricordiamo l’esperienza, che può essere anche molto intensa. Esistono per questo fatto alcune implicazioni importanti.

I SOGNI.

La mente, o meglio il cervello, sogna. Cioè vive alcune, praticamente ad ogni sonno, esperienze figurate che al risveglio possono dare luogo a ricordi affatto diversi da quelli reali. Cosa succede? Ritornando ai padri della psicoanalisi, loro hanno cercato di utilizzare i sogni e, appunto, di interpretarli. Ma non ci sono in realtà riusciti. Perché attribuivano loro una specie di risultato del cervello che nella notte riesamina i fatti della veglia e trasmette al sé la nuova interpretazione.

In realtà i meccanismi alla base dei sogni sono altri. Abbiamo:

A – La compartecipazione ad altre esperienze che il nostro “essere” sta compiendo in altre realtà.

B – La comunicazione tra noi nell’ambiente astrale e altri individui che entrano in contatto con noi

C – La comunicazione di conclusioni che il nostro secondo cervello, quello in cui risiede l’inconscio, raggiunge e ci trasmette per questa via, per fornire, quando è necessario, una serie di messaggi molto più evidenti delle semplici intuizioni.

Il sogno è come un filmato che stiamo osservando, quindi, al risveglio, lo ricordiamo come tale, tuttavia spesso il nostro sé cosciente non riesce ad accettarne la complessità, quindi lo altera per farlo rientrare nell’insieme delle esperienze che già conosce. Ad esempio, se l’individuo sogna una persona che gli racconta una serie di fatti o di suoi stessi ricordi, il sé associa quella figura ad un conoscente nella vita della veglia, magari ad un defunto, molto meno inquietante, e coglie di tutto l’ambiente solo quei particolari simili a precedenti ricordi che gli permettono di riconoscerlo e di tranquillizzarsi per l’esperienza vissuta.

ESPERIENZE DIRETTE.

Una Diversa Visione Della Mente E Dalla Psiche sogniVi racconto dei sogni, tra gli innumerevoli che ho vissuto.

1) Un posto molto luminoso, una villa, dentro all’abitazione, che però non ha porte, ma tendaggi. Fuori: un giardino, più il là una strada e c’è un cancelletto sul sentiero che conduce alla casa. Di fianco un bosco di alberi che sembrano abeti o cedri. Io vedo, come da uno schermo, il me stesso di là che dorme su un divano.

Arriva qualcuno con una donna, forse la moglie, lo presenta al me stesso, che si sveglia. La persona gli porge un foglio. Il me stesso lo legge, io vedo il foglio, colgo alcune frasi in rosso, le altre sono nere, ma non riconosco la scrittura. Lui sì, si alza e accompagna rudemente lo sconosciuto fuori in strada. Dove dei bimbi giocano.

2) Il me stesso di là arriva in una città con quello che sembra essere il marito. Il mio me stesso è una giovane donna, vestita sobriamente, con pantaloni attillati, e la coppia è arrivata con un mezzo volante, ma non so quale sia. Lui le affida il bagaglio, una grossa valigia, perché prima di arrivare all’albergo deve fare una commissione.

Lei dopo un po’ si perde, non conosce la città. E sconfortata si ferma e si siede sul bagaglio con l’idea di telefonare a lui. Prende il telefono e si accorge che non funziona. Allora lo apre per controllare la batteria ed estrae la sim. O quello che ne è l’equivalente perché quello che vedo non è una sim come le nostre. La inserisce di nuovo, ma si rompe. Poco male: ne comprerà un’altra. Quindi cerca un negozio, lo trova, ma è chiuso per l’orario serale. Allora decide di andare all’albergo con un mezzo, ma si accorge di non avere l’indirizzo. Lo ha il marito. Disperazione, sola, in una città sconosciuta, nessuno sa dove e chi sia. Si siede sul bagaglio e piange. E mi sveglio.

3) Una città moderna. Noto che nella via ci sono le rotaie di un tram. Il mio me stesso è in un’auto sportiva, scoperta, sul sedile posteriore. L’auto è grande, azzurra, davanti c’è il conducente e la sua compagna, ma è un modello che non ho mai visto, simile a certe auto americane degli anni 50. La radio è accesa e trasmette musica. Io, mentre dormo e sogno, sento la musica. Ad un certo punto un brano mi piace particolarmente, mi evoca dei ricordi. A me che sto sognando. Allora chiedo, non so come, al mio me stesso di là di alzare il volume sonoro. Lui protende il braccio e gira la manopola, con lo stupore dei passeggeri davanti. Lui spiega perché ed io al di qua sento bene la canzone che mi piace.

Gli analisti lavorano non sui sogni, ma sulla trasfigurazione che il sé ne fa per poterli accettare. Una specifica educazione porta, invece, ad accettarli così come sono e, a volte, anche ad interagire, cioè comunicare con le entità che si presentano o modificare il punto di vista del sogno stesso. Il sogno, dopo un certo allenamento si può gustare proprio come un super film, con colori, suoni, odori, vista tridimensionale, e la fruizione avviene come se si fosse davanti ad un vetro e si vedesse là fuori scorrere la narrazione con ambienti, posti, luoghi assolutamente fuori dall’esperienza quotidiana.

E, a seconda del tipo di sogno, vediamo noi stessi di qua dal vetro e nello stesso tempo anche al di là, associati ad uno dei personaggi che agiscono là, non necessariamente come noi stessi, a volte dell’altro sesso, o anche animali, o di solito con età e fattezze totalmente diverse. E’ solo l’analisi a posteriori che fa il sé a farci credere di essere stati il personaggio principale, mentre invece noi vediamo lui come se ci fossimo sdoppiati. E questo fino al punto di, per esempio, vedere che il noi di là ha in mano un foglio scritto. Noi vediamo i caratteri e non li riconosciamo, ma il noi di là invece li legge e noi sappiamo cosa c’è scritto perché lo percepiamo da lui che ha tradotto per noi, senza saperlo, lo scritto.

Da Wikipedia:

L’espressione esperienza extracorporea, nota anche con le sigle OBE e talvolta OOBE (dall’inglese out of body experience), sta a indicare tutte quelle esperienze, la cui interpretazione rimane controversa, nelle quali una persona percepisce di “uscire” dal proprio corpo fisico, cioè di proiettare la propria coscienza oltre i confini corporei.

Più stringatamente, sta a indicare quella sensazione che taluni provano come se stessero fluttuando all’esterno del proprio corpo e, in taluni casi, percependo la presenza del proprio corpo da un punto esterno ad esso (autoscopia). Circa una persona su dieci ritiene di aver avuto qualche volta nella vita una di queste esperienze.

Ma non c’è soltanto il sogno, esiste il così detto viaggio astrale. Ho detto che la mente può uscire dal cervello, e solitamente il sé invece ne rimane all’interno, perlopiù in sonno. E’ invece possibile, con l’allenamento o con l’uso di particolari sostanze, ottenere lo scollamento dalla mente, in modo però da trascinare anche il sé cosciente, e quindi ci troviamo a governare un altro veicolo, dove gli stimoli esterni provengono da altri sensori. Sappiamo molto poco di cosa succede in queste situazioni, ma nello stesso tempo sappiamo che alcuni sono in grado in questo modo di percorrere distanze grandissime ed esplorare anche mondi lontani, o realtà in dimensioni laterali.

Si tratta di affinare la tecnica del sogno oltre il limite del sonno e mantenere il sé vigile. Ho accennato di sfuggita alla provenienza di un tipo di sogni relativa ad altre esperienze, questo tema verrà visto più in profondità più avanti. Il fenomeno dello sdoppiamento del sé, come percezioni, non come schizofrenia, è un piccolo viaggio astrale, esperienza abbastanza comune, ma per lo più accantonata e nascosta per l’imperante paura del diverso di cui difficilmente ci liberiamo.

Ho accennato più sopra alla telepatia, è opportuno chiarire qualche dato. Il DNA è una scoperta recente, tuttavia è ancora un mistero sia il fatto che una larga parte sembra non servire a nulla e sia la ragione della sua particolare conformazione. Una cosa è però certa, il DNA è il simbolo della vita, o meglio si può chiamare vita solo se nell’organismo c’è il DNA. Per i più esoterici, solo se c’è qualche struttura equivalente al DNA. Invito il lettore a fare una riflessione, come diretta conseguenza di questo argomento.

Una Diversa Visione Della Mente E Dalla Psiche telepatiaSi ritiene che nel DNA ci siano racchiusi tutti gli elementi che permettono alla cellula di contribuire a formare l’essere finale. Come è possibile? Se facciamo due conti, all’interno di una cellula non ci sono abbastanza atomi per descrivere, ammesso che la descrizione sia così semplice, una seconda cellula che per forza di cose deve essere diversa dalla prima per potersi differenziare ed unirsi ad essa con una finalità più elevata. Quindi l’informazione deve essere altrove. Ovvero gli elementi che determinano, per dire, il colore degli occhi, sono a tutti gli effetti delle “macro”. Per tornare all’insegnamento che il PC ci regala, per “macro” intendiamo il nome di quella funzione che racchiude una immensità di istruzioni elementari, che risiedono in un altro posto.

Forse a nessuno è mai venuto in mente un simile paragone, si ritiene ancora che sia tutto nel DNA, e non solo, una grossa parte è “spazzatura”. La natura la spazzatura la fa sparire, quindi quella non lo è di certo. E nemmeno è sufficiente la parte così detta attiva a dirigere l’associazione di tutte le parti che compongono l’essere finale.

Il DNA è a forma elicoidale, quindi è una spirale, ed è terminato da entrambe la parti, quindi è un circuito chiuso. Se una piccolissima carica elettrica lo percorresse si formerebbe un piccolissimo campo magnetico. E se la doppia elica creasse uno sfasamento di questo campo, si creerebbe un campo scalare.

Ed è questo campo a superare il limite della nostra realtà, in altri termini è il veicolo della telepatia. Intesa come passaggio di informazioni da un luogo ad un altro al di fuori dei limiti delle onde elettromagnetiche. Non solo, le difficoltà che gli scienziati trovano nel comprendere la funzione della parte di DNA che definiscono “spazzatura” è dovuta al fatto che questa parte della molecola sfugge alle analisi tradizionali. Non fornisce risultati, ed è logico in quanto questa parte è a cavallo tra due diversi aspetti della realtà, trasferisce e riceve da una realtà parallela le informazioni che occorrono.

La cellula interagisce con la sua matrice, là dove sono raccolte le “macro” che danno luogo alla struttura della vita, e, una volta legate ed organizzate secondo gli schemi delle specie, agli esseri viventi. Dal microbo all’uomo, nello stesso identico modo. Ed inoltre, perché tale meccanismo funzioni in modo efficiente, occorre che la cellula sia immersa in un piccolo campo magnetico. La vita non esisterebbe se non ci fosse il magnetismo terrestre. Se l’uomo dovesse andare in un luogo senza campo magnetico morirebbe.

Quindi, semplificando, la vita è un “software” ed un essere vivente è un insieme di “software” diversi. Più l’essere è evoluto più ampi sono i supporti virtuali che lo sostengono. Il batterio è una cellula, l’animale già possiede una intelligenza, l’uomo possiede anche la coscienza. Apro una parentesi, non ho attribuito all’uomo la consapevolezza di sé, ma la coscienza. Sono due cose distinte e molto diverse, ne parlerò meglio più avanti quando tratterò dell’anima. In breve la coscienza è un aggregato di funzioni che comprende il sé, l’intelligenza, l’esperienza, il bagaglio cognitivo e il collegamento con l’altrove dal lato spirituale, e non dal lato telepatico.

Se la vita in generale e gli esseri viventi sono organizzati secondo un modello, allora dove sta e come è fatto questo modello? Possiamo rispondere solo parzialmente alla seconda domanda, in quanto per la prima non ci sono ancora informazioni attendibili. Invece ci sono pervenute a più riprese delle informazioni sulla vita. Io presento qui delle esemplificazioni.

Immaginiamo di avere un albero le cui radici si immergono in un grande serbatoio ricolmo di vari elementi nutritivi e che sui rami abbia una serie di foglie raggruppate in un modo ordinato. Nelle foglie ci sono gli esseri viventi, quelle foglie sono la connessione al fusto di ogni singolo essere, ottenuta mediante il legame assicurato dal DNA, la comunicazione telepatica elementare. Ogni specie di essere vivente è un albero, e ogni albero raccoglie dal comune serbatoio, sia la struttura della vita, che le esperienze collettive delle altre specie.

Come fanno gli insetti ad indossare la livrea di piante vegetali se non si vedono? La loro mascheratura la ottengono a livello di specie, di albero, mediante lo scambio di esperienze ed informazioni con gli alberi vicini. La moderna genetica crede di trasportare le caratteristiche di una specie in un’altra. Ma non è così che si ottiene, occorre andare nell’albero della specie ed intervenire là. Se manipoliamo i singoli individui, dopo poco questi espellono le modifiche introdotte e la specie ritorna incontaminata. E’ così che le specie viventi si mantengono. Le variazioni avvengono per mutuo scambio come ceppo, per convenienza reciproca e non per un intervento dell’ambiente sui singoli individui.

Per tornare all’uomo. Anche l’uomo ha il suo albero, però i sui rami sono grossi come altrettanti nuovi alberi e danno luogo alle razze. Inoltre i rami che contengono la base degli individui sono formati da gruppi di 12 che danno luogo a metà maschi e metà femmine. Questi piccoli gruppi sono raccolti in gruppi più grandi, ancora di 12, che a loro volta sono raccolti in 1000 parti per dare luogo a 144.000 unità. Questo numero è alla base del sistema. Occorrono almeno tali quantità per formare un ceppo o una razza o una specie di essere vivente animale o inferiore.

Per l’umanità ci sono quindi migliaia di rami da 144.000 unità che, dislocati opportunamente, danno luogo alle razze. Ma non solo, ai tipi, alle popolazioni, ai raggruppamenti.

Detto questo si vede che tutti gli umani sono interconnessi, come abbiamo già detto per gli esseri viventi, e si scambiano impressioni senza saperlo. L’inconscio collettivo che Jung ha saputo identificare. Ma non solo. Si formano per le loro vicinanze le caratteristiche tipiche dei paesi, delle città, delle nazioni, con delle peculiarità che provengono dalla fusione delle singole esperienze che alimentano il serbatoio delle radici degli alberi. Gli individui più vicini si influenzano tra loro di più, e si ottiene la coesione delle famiglie. Ad ogni decesso le foglie vengono poi riutilizzate da nuovi individui, che tuttavia raccolgono la matrice del posto in cui sono collocati e ne continuano la caratterizzazione.

E’ appunto in questo modo che vengono a verificarsi degli aggregati di esperienze condivise da molti che, affinandosi col tempo con un procedimento simile alla definizione dei valori medi, si formano quelle “macro”, ora molto più complesse, che Jung aveva definito come “archetipi”. Questi sono creati dal cumulo delle esperienze di individui vicini, o anche di intere comunità. Occorre, infatti, che almeno 144.000 individui provino una stessa emozione per formare un archetipo di quel particolare tipo. Salvo quelli fondamentali, legati per esempio all’estetica, gli archetipi sono il prodotto di esperienze condivise.

Il processo di inserimento degli individui nella vita reale è casuale, non corrisponde perfettamente con la geografia, se l’individuo maschio è abbinato ad una femmina è naturale che ci sia il massimo di contiguità, ma le età potrebbero essere diverse e le vite scorrere in ambienti diversi e le persone non incontrarsi mai. Quando però accade si parla di anime gemelle, perché, non le anime, ma la loro “griglia” genetica lo può essere. In seguito vedremo che per le anime si parla di doppia fiamma, che è qualcosa di molto diverso.

Tale griglia determina il motivo per cui avviene il così detto fenomeno della centesima scimmia. Se noi addestriamo 99 scimmie ad un certo compito, la centesima del gruppo, lasciata isolata, dopo un po saprà eseguire anch’essa quel compito. Ma vale anche il contrario. (La scienza ufficiale non ritiene che questo sia vero, nonostante alcune esperienze dimostranti questo fatto. La scienza ufficiale elimina qualunque fatto che non riesca a spiegare, specie se si tratta di esperienze immateriali).

Tra noi ci sono alcuni individui che hanno la funzione di catalizzatori o meglio di anticorpi, cioè formulano idee, acquistano esperienze con maggiore profondità e conoscenza, ed il tutto viene riversato nel serbatoio collettivo, ed i gruppi che nella griglia sono vicini ne fruiranno inconsapevolmente. Si spiegano così le intuizioni che nascono, sembrava, a diversi individui quando si formano le mode, gli stili, le scoperte, c’è invece il travaso dal genio ai suoi vicini.

Ho sin qui descritto una parte delle componenti della psiche. Per proseguire occorre salire di un gradino sulla scala della conoscenza. Abbiamo già superato il primo scoglio che fermava gli antichi ricercatori. Oggi sappiamo bene quanto sia reale un congegno che lavora per mezzo di un programma virtuale, perciò il passaggio da una considerazione soltanto fisica ad una che comprenda anche una componente virtuale, immateriale, ci è più semplice.

Ma ora dobbiamo considerare qualche altra componente che non è più nemmeno virtuale, almeno nel senso tecnico che possiamo comprendere oggi, e non è soltanto presente, ma predominante. I primi studiosi del pensiero sapevano bene di cosa si stratta, come lo sanno bene i filosofi e le religioni. Per questo e per l’ovvia scarsità di mezzi di indagine, hanno o raggruppato questa presenza all’interno delle componenti della psiche allora scoperte, o hanno semplicemente ignorato questo aspetto.

La psiche è composta di cinque parti, il bambino primordiale o l’istinto di sopravvivenza, il sé cosciente o l’io pensante, l’inconscio o il secondo cervello, la coscienza che racchiude il sé e il bagaglio esperienziale, ed infine l’aggiustatore di pensiero. Alla formazione dell’individuo si aggiunge poi l’anima, che tuttavia non fa parte della psiche, ma le si affianca in un rapporto simbiotico. Ci sono individui che non hanno l’anima, sia sin dalla origine e sia perché si è, ad un certo punto, staccata.

Occorre aggiungere, da recenti informazioni ricevute, un ulteriore componente, la “bolla di pensiero oscuro”, che operando come un pizzico di sale e pepe, ci colora sempre le decisioni che prendiamo con una nuance negativa,

Freud aveva parlato di super-io, mentre la religione parla di voce della coscienza. Sono lì entrambi a descrivere un aspetto delle due componenti superiori della psiche, ma l’uno è censorio, in un certo senso dominatore, mentre per l’altra si tratta di un canale di compassione e consolatorio utilizzabile anche dall’esterno. Sono entrambi impropri, intanto perché entrambe le concezioni presuppongono un innato senso morale che non può esistere nel cervello perché la mente alla nascita è completamente vuota, ed inoltre, pur senza volere sconfinare in un dibattito, la morale è soggetta all’esperienza collettiva, è un archetipo.

E’ necessario allargare il concetto del sé, ora. Si è detto che il sé passa in una altra manifestazione della nostra realtà quando il cervello dorme o muore. Ma non è soltanto il sé, l’io cosciente, è la propria intera coscienza, di cui siamo normalmente poco consapevoli. L’io è il meccanismo che ci permette di avere la sensazione di essere, di esistere, ma noi siamo la nostra coscienza, tutta la nostra esperienza di vita, le scelte, gli errori, la conoscenza sono racchiusi nella coscienza. Essa assume un valore, col tempo, che ci rappresenta all’interno della griglia che sostiene il genere umano e noi siamo visti così, nella totalità e non nel momento presente dell’io pensante.

Immaginiamo di rappresentare tutto il noi stesso con un codice sempre mutevole, sempre il risultato delle miriadi di decisioni che prendiamo continuamente, sempre in accumulo delle conoscenze che acquisiamo, sempre in uno scambio con la nostra intelligenza che così si arricchisce. Ebbene questa è la coscienza. Ed essa può espandersi, questa sì, non ha il limite della memoria fisica che si riempie, questa è un valore, un indice. E può assorbire anche parte delle realtà superiori in cui siamo immersi, ma che non siamo in grado per ora di percepire.

La coscienza, come si può vedere, non ha quindi di per sé i valori di etica ed estetica assoluti, è una nostra creatura, quindi la voce della coscienza o il super-io non sono altro che proiezioni di noi stessi.

Tuttavia noi li abbiamo i riferimenti. Gli “a priori”. Non è questa la sede per trattare di etica ed estetica, non si vuole fare un dibattito, ma spiegare e trasferire informazioni. Nel campo fisico abbiamo già incontrato un modello prestabilito. Nei suoni esistono dei precisi rapporti di frequenze costanti ed uguali per tutta l’umanità che ci permettono di dire se un suono è bello o brutto, in accordo o disarmonico. Anche per il gusto e l’olfatto ci sono delle precise relazioni tra le sostanze chimiche che ci danno il senso di buono e di cattivo. E sono innati e uguali per tutti, salvo disturbi o malattie.

Perché non ci devono essere anche valori innati su una classe appena superiore? E ci sono infatti, siamo il “noi collettivo” il valore di riferimento assoluto. Cioè non la somma di noi come popolazione, ma il modello di come noi siamo stati all’origine, al momento in cui qualcuno o qualcosa ha provveduto a mettere insieme quel certo numero di cellule organiche che hanno costruito l’uomo.

Quindi un valore di riferimento estetico esiste, ma serve agli artisti, ne occorre un altro, etico, ed ecco che è stato, al momento della “progettazione” dell’uomo, donato dall’architetto supremo un frammento di sé che accompagna l’uomo per tutta la sua esistenza senza abbandonarlo mai. Si tratta dell’aggiustatore di pensiero. E’ una scoperta recente, nessuno ne era al corrente prima. E questo componente indissolubile della psiche ha il compito di indicarci la via più breve verso la Verità o la Sorgente. In qualunque condizione, per qualunque tipo di esistenza si abbia scelto, il santo, il delinquente, sempre c’è questo segnale. Possiamo ignorarlo e spostarci dal suo indirizzo, ma lui, proprio come fanno i navigatori satellitari, ci continua ad indicare quale è la strada che andrebbe percorsa.

E’ questa la vera voce della coscienza, il vero super-io, ma è soltanto un indicatore, non ha nessun potere e non è, d’altra parte, influenzabile da niente e nessuno.

Tuttavia il “progettista” dell’essere umano ha ritenuto che fosse necessario dotare la psiche umana anche di uno stimolo, di una puntura di zanzara per così dire, per tenere sempre viva l’attenzione, per obbligare l’uomo a percorrere sempre nuove strade, per sperimentare anche il male, in qualche modo. Si tratta della già citata “bolla di pensiero oscuro”, che Freud aveva individuato ed aveva chiamata pulsione di morte.

Ora siamo pronti per salire di un altro gradino la scala della conoscenza. Ho introdotto questa presenza ineffabile e superiore dell’aggiustatore di pensiero che è una intima componente del noi stessi ed ora aggiungo quell’altra parte del noi stessi che conosciamo come anima. Si è detto prima che il nostro rapporto con la nostra anima è di simbiosi, infatti il nostro percorso è parallelo ed avviene un mutuo scambio tra le due componenti. L’anima ci ispira, ci orienta sulle scelte che è più opportuno fare per la crescita di entrambi e noi, d’alta parte, forniamo all’anima tutte le esperienze che viviamo come conseguenza delle scelte che facciamo. L’anima raccoglie le esperienze, le scelte di vita, l’orientamento del nostro rapporto con gli altri, noi forniamo la materia prima, cioè il contesto in cui queste esperienze agiscono.

Se da una parte abbiamo l’indicazione della via più breve per raggiungere la Sorgente, dall’altra, la direzione comune delle nostra anima e di noi stessi può essere benissimo un’altra e, ciclo dopo ciclo, la nostra personalità complessiva può essere anche quella del peggiore delinquente. Anche l’anima non ha un indice morale, se lo forma con il bagaglio delle nostre esperienze. L’anima in origine è soltanto una scheggia della sostanza di cui è fatta la Sorgente, che si è dispersa nell’immenso della creazione e vaga alla ricerca di un essere senziente con cui legarsi. Ed il legame, una volta stabilito, rimane, ciclo dopo ciclo, e, dalla nostra parte, si accumula il valore della coscienza, mentre nell’anima si ingrandisce la sua stessa “dimensione”.

Al momento della morte fisica la nostra coscienza individuale, quella formata lungo il vissuto della vita appena conclusa, si sommerà alla nostra coscienza superiore, al nostro sé superiore. Nel bene e nel male. Potremmo aver vissuto una vita santa ed essere invece un criminale o viceversa. Sarà la somma delle esperienze a definire il livello di sviluppo che avremo raggiunto. E questo vale anche per la nostra anima. Anche l’anima può essere contaminata dal crimine. In sostanza noi siamo la nostra anima ed anche il nostro sé ed anche il nostro sé superiore.

Verrà poi un giorno in cui entrambe le parti del noi stesso che ora, lo stiamo vedendo, non è più soltanto il risultato delle esperienze di una vita, ma di molti cicli, avranno raggiunto assieme una tale maturazione spirituale da fondersi in un unico essere che, quindi, da quel momento inizia il suo secondo cammino in una altra forma materiale, la morontiale, ma senza perdere il bagaglio accumulato dai precedenti cicli di vite vissute.

In quel momento il gradino da percorrere per aumentare la nostra conoscenza sarà non più un passetto, ma l’ingresso trionfale nella creazione stessa.

Ritorniamo indietro verso momenti più vicini ed accessibili.

L’INNAMORAMENTO.

Avviene per molti di noi, questo strano fenomeno, che ha ispirato e spesso alimentato lo spirito di molti di noi. Ma a volte anche sconvolto. Che cosa è l’innamoramento? A tutti gli effetti è un attacco di schizofrenia acuto. Tutti i sintomi di questa malattia mentale sono presenti nell’innamorato. Ma per fortuna, l’innamoramento ad un certo punto si attenua e passa, viene sostituito dalla accettazione del nuovo rapporto che si è venuto a creare.

L’innamoramento è il travaso di esperienze non esaurite o non completate di precedenti cicli. Un fatto, una persona, una situazione, una idea, possono essere lo stimolo che fa scatenare questa valanga. Improvvisamente quella certa persona, il suo aspetto, la sua aura, suscita attraverso la nostra coscienza il ricordo di una esperienza che può essere durata moltissimo tempo, una vita magari, e all’improvviso sentiamo lo stimolo imperioso di concluderla, rivivendo in un istante l’intero ciclo precedente. I problemi che nascono sono tanti, la persona o lo stimolo che ha provocato la frana spesso non hanno niente a che vedere con il ricordo “inconscio” concentrato, quindi rivolgiamo a ciò di cui ci siamo innamorati delle aspettative sproporzionate sia alla nostra stessa comprensione del fenomeno, che al rapporto tra il reale attuale ed il ricordo “inconscio”. (Sto usando il termine inconscio anche se non è esatto per mancanza del termine corretto.)

Le condizioni sono diverse, e non possiamo nemmeno conoscere quelle giuste, ma la nostra coscienza ci spinge a continuare l’esperienza sino alla conclusione, che dovrebbe essere l’equilibrio. In questo processo la nostra coscienza si dilata, si eleva, cerca di raggiungere quel serbatoio di esperienze condivise e così si arricchisce, acquista forza e poteri spesso di tipo spirituale o “esoterico”. Ecco che la coscienza si assottiglia nel suo estendersi verso l’alto, nell’altrove, e così la personalità si sdoppia, le percezioni cambiano di valore, la sensibilità dei propri poteri si acuisce, spesso si attivano forme di comunicazioni telepatiche, scambiate per “voci”. Cioè quello che la psicologia classica chiama schizofrenia.

La madre, quando si innamora del proprio bambino, lo difende dai pericoli con una forza che in quei momenti diventa gigantesca, attinge da altre fonti le sue armi, perché raccoglie in sé, in quel momento, tutta la potenza di una nuova vita, scaturita da un ciclo precedente.

Una mente creativa, quando si innamora di una idea, raccoglie i mezzi per imporla al mondo, proprio da quel serbatoio in cui si sono depositati tutti gli strumenti che, lungo una intera esistenza, hanno permesso ad un “lui/lei” precedente di affermarsi, e tutto nello stesso istante.

L’uomo o la donna che si innamorano di un altro vedono il loro modello di fronte a sé e vogliono rivivere in un istante tutta una vita vissuta con la persona che la presenza dell’altro evoca, ed il processo è del tutto involontario, a volte irrefrenabile e avviene soltanto e sempre per l’evocazione di una esperienza precedente.

Ma è mai, praticamente, vero. L’altro che crediamo di aver riconosciuto non è l'”altro” con cui abbiamo condiviso le esperienze che ci hanno sconvolto. Siamo già fortunati quando la nostra evocazione suscita nell’altro una sua evocazione almeno parzialmente paragonabile alla nostra. Spesso accade invece che l’altro non ci riconosca affatto e accondiscenda a tenere accesa la nostra fiamma con sentimenti molto meno drammatici. Per nostra fortuna si tratta proprio di una fiammata, quando passa, però, spesso lascia solo ceneri, sino alla prossima volta. Ma la nostra maturità, poi, ci insegna a smorzare le fiamme e a trasformare il fuoco violento in uno stabile e continuo tepore.

Ecco, la nostra vita sentimentale è determinata dalla presenza dell’anima che fa da tramite tra le esperienze di vita che passiamo lungo i cicli di apprendimento che viviamo.

Ben Boux.

Fonte: La Nuova Umanità

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