MOISMO

MOISMO

MOISMODa Wikipedia, l’enciclopedia libera

Mozi (墨子S, MòzǐP, latinizzato in Micius; 479 a. C. – 381 a.C.) è stato un filosofo cinese.

Pensatore cinese, visse a cavallo tra il periodo delle primavere e degli autunni e quello degli stati combattenti. Fu uomo dotato di grande spirito di carità. Il suo insegnamento, in rapporto a quello di Confucio, era diretto alle parti più umili e più popolari della società. Sembra non abbia scritto nulla, o forse i suoi scritti furono bruciati in un periodo successivo alla sua morte (roghi dell’imperatore Qin Shi Huangdi con l’obiettivo di unificare il pensiero di tutta la Cina). Il suo pensiero ci è comunque noto attraverso le testimonianze dei discepoli, raccolte nel libro omonimo: “Mozi”.

VITA

MOISMOLa maggior parte degli storici crede che Mozi fosse un membro della classe artigiana inferiore che riuscì a scalare relativamente la società dell’epoca. È noto, tuttavia, che i suoi genitori non erano affettuosi verso di lui e gli mostrarono pochissimo amore. Mozi era nativo dello Stato di Lu (oggi Tengzhou, provincia di Shandong), anche se per un certo periodo è stato ministro dello Stato di Song.[1] Come Confucio, Mozi era noto per aver insegnato in una scuola per coloro che desideravano diventare funzionari nelle diverse corti degli Stati combattenti.[2]

Mozi era un falegname ed era estremamente esperto nella creazione di dispositivi, progettava di tutto, dagli ugelli meccanici ai macchinari con scale per assediare le mura della città. Pur non ricoprendo una posizione ufficiale di alto livello, Mozi fu ricercato da vari governanti come esperto delle fortificazioni. Nei suoi primi anni Ha frequentato scuole di confucianisti, ma vedeva il confucianesimo come troppo fatalistico e lo riteneva dannoso per la vita e la produttività della gente comune. Durante la sua vita riuscì ad attrarre un grande seguito che rivaleggiava con quello di Confucio. I suoi seguaci, per lo più tecnici e artigiani, erano organizzati in un ordine che studiava gli scritti filosofici e tecnici di Mozi.

Secondo alcuni racconti dell’epoca, egli era stato salutato da molti come il più grande eroe proveniente dall’Henan. Si diceva che la sua passione fosse il bene del popolo, senza che avesse alcun interesse personale o addirittura della propria vita o morte. Il suo instancabile contributo alla società venne elogiato da molti, tra cui il discepolo di Confucio Mencio. Fintanto che qualcosa andava a beneficio dell’umanità, Mozi lo perseguiva. Zhang Tai Yan disse che in termini di virtù morale, neanche Confucio e Laozi non possono essere paragonati a Mozi.

Mozi viaggiò da una zona di crisi all’altra attraverso il paesaggio devastato degli Stati combattenti, cercando di dissuadere i governanti dai loro piani di conquista. Secondo il capitolo “Gongshu” di Mozi, una volta camminò per dieci giorni fino allo stato di Chu per prevenire un attacco allo stato di Song.

MOISMOAlla corte di Chu, Mozi si impegnò in nove giochi di guerra simulati con Gongshu Ban, il capo stratega militare di Chu, e rovesciò ciascuno dei suoi stratagemmi. Quando Gongshu Ban lo minacciò di morte, Mozi informò il re che i suoi discepoli avevano già addestrato i soldati di Song ai suoi metodi di fortificazione, quindi sarebbe stato inutile ucciderlo. Il re Chu fu costretto a interrompere i propositi di guerra. Sulla via del ritorno, tuttavia, i soldati di Song, non riconoscendolo, non avrebbero permesso a Mozi di entrare nella loro città, e dovette passare una notte gelata sotto la pioggia. Dopo questo episodio, fermò anche lo stato di Qi nelle sue intenzioni di attaccare lo stato di Lu. Egli insegnò che la difesa di una città non dipende solo dalla fortificazione, dalle armi e dall’approvvigionamento di cibo, ma anche dalla capacità di tenere le persone di talento vicine riponendo fiducia in loro.

FILOSOFIA

È considerato il filosofo cinese più vicino al Cristianesimo e in una certa misura precursore del socialismo cinese. Egli ritiene che l’ente supremo, il Cielo, sia ben disposto e compassionevole con tutti. I tratti principali sono la solidarietà e la giustizia. Anche l’uomo singolo ed i governanti devono conformarsi a tali precetti ed il cielo di conseguenza concederà loro i propri favori. L’etica si basa quindi sul presupposto che l’uomo si autogoverni e si crei il proprio destino. Secondo Mozi infatti il saggio prende in mano il proprio destino. Sono comunque riscontrabili aspetti utilitaristici (è necessario amare gli altri per essere amati)[3].

Gli insegnamenti morali di Mozi sottolineavano l’auto-riflessione e l’autenticità piuttosto che l’obbedienza al rituale. Egli osservò che spesso comprendiamo il mondo attraverso le avversità. Riflettendo sui successi e fallimenti, si ottiene la vera conoscenza di sé piuttosto che la semplice conformità al rito. Mozi esortava le persone a condurre una vita di ascesi e autocontrollo, rinunciando allo stravaganza materiale e spirituale.

METODO A TRE PUNTI

Come Confucio, Mozi idealizzò la dinastia Xia e gli antichi della mitologia cinese, ma criticava la credenza confuciana che la vita moderna dovesse essere modellata sui modi degli antichi. Mozi riteneva che le persone fossero in grado di cambiare le proprie circostanze e di dirigere la propria vita. Potrebbero farlo applicando i loro sensi all’osservazione del mondo, giudicando gli oggetti e gli eventi in base alle loro cause, funzioni e basi storiche. Questo era il “metodo a tre punti” raccomandato da Mozi per testare la verità o la falsità delle dichiarazioni. I suoi studenti in seguito ampliarono questo per formare la Scuola dei Nomi.

AMORE UNIVERSALE E BENEVOLENZA

MOISMOMozi cercò di sostituire quello che considerava il tanto radicato attaccamento cinese alle strutture familiari con il concetto di “cura imparziale” o “amore universale” (兼愛, jiān ài). Proprio per questo si metteva in contrapposizione con i confuciani i quali sostenevano che era naturale e corretto per le persone preoccuparsi di persone diverse con livelli diversi. Mozi, invece, sosteneva che in linea di principio le persone dovrebbero prendersi cura di tutti allo stesso modo, concetto che i filosofi di altre scuole ritenevano assurdo, in quanto interpretavano questo concetto come non implicante alcuna particolare cura o dovere nei confronti dei propri genitori e della propria famiglia.

Nel primo capitolo degli scritti di Mozi sull’amore universale, Mozi sostiene che il modo migliore di essere fedele ai propri genitori è essere fedele ai genitori degli altri. Il principio fondante è che la benevolenza, così come la malevolenza, è richiesta, e che uno sarà trattato dagli altri come tratta gli altri. Mozi cita un passaggio popolare dello Shijing per rafforzare questo punto: “Quando qualcuno minaccia una pesca, io gli restituisco una susina“. I genitori di una persona saranno trattati dagli altri come Si trattano i genitori degli altri. Perseguendo questa linea di argomentazione, Mozi si appellava direttamente all’idea di un interesse personale illuminato nelle relazioni sociali. Da notare anche il fatto che Mozi faceva differenze tra “intenzione” e “realtà”, attribuendo così un’importanza centrale alla volontà di amare, anche se in pratica può benissimo essere impossibile portare beneficio a tutti.

Inoltre, Mozi sosteneva che la benevolenza esiste per gli esseri umani “in maniera naturale come il fuoco si volge verso l’alto o l’acqua si gira verso il basso“, a condizione che le persone in posizioni di autorità mostrino benevolenza durante la propria vita. Nel distinguere tra le idee di “universale” (jian) e “differenziale” (bie), Mozi diceva che “universale” deriva dalla giustizia, mentre “differenziale” implica sforzo umano. Inoltre, l’argomento di base di Mozi sull’amore universale afferma che l’ amore universale è estremamente pratico, e questo argomento era diretto contro coloro che obiettavano che tale amore non poteva essere messo in pratica.

VOLONTÀ DEL CIELO

Per Mozi la volontà del Cielo (, tiān ) era che la gente si amasse l’un l’altro e che l’amore reciproco tra tutti portasse vantaggio a tutti. Pertanto, era nell’interesse di tutti amare gli altri come si può amare se stessi. Il tiān deve essere rispettato perché, in mancanza di ciò, gli esseri umani sarebbero stati sottoposti a punizione. Per Mozi, il cielo non era la natura “amorale” e mistica dei taoisti piuttosto era una forza benevola e morale che ricompensava il bene e puniva il male. Similmente alle religioni abrahamiche, Mozi credeva che tutte le cose viventi esistono in un regno governato dal Cielo, e il Cielo ha una volontà indipendente e superiore alla volontà dell’uomo. Così scrive che “l’amore universale è la via del cielo“, poiché “il cielo nutre e sostiene tutta la vita senza riguardo allo status“. Anche l’ideale del buon governo di Mozi, che sosteneva una meritocrazia basata sul talento, seguiva il concetto del tiān.

FANTASMI E SPIRITI

Mozi credeva anche nel potere dei fantasmi e degli spiriti, anche se si pensa che li abbia adorati solo pragmaticamente. Infatti, nella sua discussione sui fantasmi e sugli spiriti, egli osserva che, anche se non esistevano, le riunioni per le offerte di sacrifici avevano comunque un ruolo nel rafforzare i legami sociali.

DESTINO

MOISMOMozi, infine, incitava le persone a lavorare duramente per cambiare il loro destino e la disuguaglianza nel mondo. Secondo Confucio, invece, la vita e la morte di una persona, la ricchezza e la povertà sono completamente legate al destino e il potere personale non può essere cambiato.

CURIOSITÀ

Anche Bertolt Brecht scrisse un libretto di regole di comportamento che faceva risalire a Mozi, dal titolo Me-ti. Libro delle svolte, in italiano tradotto da Cesare Cases per l’Einaudi editore nel 1970[4]. Pur dicendo nell’introduzione che si tratta della traduzione della traduzione inglese di Charles Stephen, in realtà il libro di Brecht si svolge in parallelo con personaggi contemporanei, dandone anche una chiave. Per esempio Eh-fu è Engels, Mi-en-leh è Marx, Hü-jeh è Hegel, Sa è Rosa Luxemburg, Ni-en è Stalin, To-tsi è Trotzki, Hi-jeh è Hitler e Kin-jeh è Brecht stesso.

NOTE

1^ Needham & Wang, p. 165.

2^ Needham & Wang, p. 165-184.

3^ Leonardo Vittorio Arena, L’innocenza del Tao, Oscar Mondadori, pp. 60-66.

4^ L’ed. tedesca, Me-ti. Buch der Wendungen è uscita nel 1965, ma per la maggior parte è stato scritto dal 1934 al 1937, durante l’esilio danese.

Fonte: Wikipedia

LA SCUOLA MOISTA (墨家 MÒJIĀ)

MOISMOQuella dei seguaci di del Maestro Mò (墨子 Mòzǐ, latinizzato in Micius, 470 – 391 p.E.v.) fu una delle scuole di pensiero più importanti delle Epoca degli Stati Combattenti (dall’VIII al III secolo p.E.v.), dopo di che fu soppressa con l’unificazione della Cina da parte dei Qín (秦朝, quelli che fecero sparire libri e filosofi) che temevano la sua forza come organizzazione politica e movimento d’opinione. Essa era radicata in tutti i maggiori regni in cui era frazionata la Cina in quel periodo ed aveva un’ampia diffusione sociale.

Il suo credo fondamentale era quello dell’amore universale e dell’eguaglianza tra gli uomini, contrapposto al senso di appartenenza clanica ed al bellicismo dei signorotti di quei tempi. Vi aveva un ruolo importante anche una visione epistemologica fondamentalmente empirista per cui le percezioni avevano maggior valore delle astrazioni e delle costruzioni logiche. Una conseguenza in campo morale era il rifiuto della tradizione come guida della condotta personale, che doveva essere ricercata in una riflessione di tipo utilitaristico, ma non egoistico simile all’analisi costi – benefici, e tesa al benessere generale. Ad esempio lo Stato andava rispettato perché è uno strumento utile, in quanto la vita aggregata ed organizzata è migliore di quella selvaggia retta dalla guerra tra individui e tra gruppi.

Le convinzioni moiste furono tramandate nel canone filosofico Mò Jìng (墨经) redatto intorno al 330 p.E.v. dai seguaci del maestro in cui si parla, oltre che delle istanze fondamentali della sua filosofia, di arte del governo, tecniche agricole, leggi e di molte altre cose.

La geometria e la fisica moista si basavano sulla definizione di punto come pallino microscopico indivisibile (un po’ come per i Pitagorici o gli Atomisti greci) per cui un segmento sarebbe una specie di collanina di punti. Nelle fonti vengono enunciate proposizioni simili a quelle euclidee sui segmenti e sulle rette, in particolare sulle lunghezze di segmenti e sul parallelismo, sullo spazio e sui piani paralleli o meno. Nel Canone ci sono definizioni di geometria piana (circonferenza, diametro, raggio) e solida e diverse proposizioni di ottica e meccanica. Si dice tra l’altro che il moto cessa se c’è opposizione tra forze, altrimenti continua sempre.

Secondo i Moisti un’opinione era corretta se basata sull’analisi storica, sull’esperienza comune, sull’utilità politica o legale. Si sa che essi avevano sviluppato una forma di logica, probabilmente assai diversa da quella aristotelica, per risolvere problemi linguistici e di interpretazione. Dopo un primo florido sviluppo i loro risultati non vennero apprezzati dalla ricerca successiva ed andarono perlopiù perduti.

Fonte: Wikisource

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