Las Gaviotas

Las Gaviotas

L’UOMO CHE RICREA LE FORESTE SENZA ESSERE UN DIO

Dalla rivoluzione industriale inglese della seconda metà del ‘700 ad oggi, circa la metà delle foreste sono scomparse. Ciò è dovuto anzitutto all’uso del legname per ottenere energia (termica prima ed elettrica poi) e per molte altre azioni della nostra vita che ci sembrano sensate e del tutto “naturali” (questo termine è davvero una trappola!). Come preparare le braciole sul caminetto, leggere un giornale, sederci su una sedia per mangiare o guardare con ammirazione i mobili antichi che abbiamo in salotto. Poi, quando la popolazione ha cominciato a diventare sempre più numerosa e pretenziosa, servivano aree sempre più grandi per produrre cibo. Così è cominciata una deforestazione selvaggia in zone tradizionalmente considerate dei veri e propri “polmoni verdi” per il pianeta. Ed infine, questa è storia recente, si è scoperto che con il mais si poteva non solo fare polenta, ma anche far muovere le automobili e in generale i motori a scoppio. Così, per contrastare la futura penuria e l’attuale alto prezzo dei combustibili fossili tradizionali, altre vaste aree di foresta sono finite ad avere un ruolo diverso da quello che avevano quando sono nate. Ne abbiamo parlato moltissime volte. Sono coinvolti paesi diversi come quelli dell’America Latina, dell’Africa, dell’Asia. Le piantagioni di palma da olio della Malesia e dell’Indonesia ne sono un esempio, come le coltivazioni di Jatropha in Mozambico e Somalia.

Per molti anni, fin da quando ero bambino sentivo i racconti sul disboscamento in Amazzonia, “Ogni anno -ci dicevano – se ne va un’area grande come questo o quel paese europeo”. Ho capito più tardi che era come intervenire con un bisturi su un polmone umano e tagliarne un pezzetto ogni giorno, ogni mese, ogni anno. Ho capito che le autostrade, i grandi centri commerciali, le città, le miniere che sostituivano gli alberi erano un altro emblema di quella società dei consumi che così tanti danni ha fatto agli uomini per il beneficio, ma sarebbe meglio dire il profitto, di pochi lazzaroni.

Sembra quasi che l’uomo ce l’abbia con le piante, dal momento che passa il suo tempo a toglierle di torno, soprattutto nelle zone in cui avrebbero più senso, cioè dove maggiore è l’inquinamento e dove quindi più utile sarebbe il loro ruolo di ripulitrici dell’atmosfera.

Già, il ruolo delle piante. Lo dico tra parentesi e molto velocemente. Il loro ruolo è infatti quello di compensare la produzione di CO2 di tutti gli animali, compreso l’uomo, quando respirano. L’equilibrio tra produttori e consumatori di ossigeno dipende da pochissimi fattori: il numero di respiratori, il numero di piante e l’immissione di CO2 “non prevista” in atmosfera. L’homo sapiens è riuscito in pochissimo tempo a rompere tutti e tre questi equilibri, contemporaneamente.

All’interno dei cambiamenti climatici la deforestazione ha un ruolo che, dati dell’ONU alla mano, costituisce grossomodo il 20% del totale. A questo occorre aggiungere che anche altri elementi “ripulitori” di CO2, quelli che si trovano nei mari e negli oceani (il plancton), non sono messi meglio. L’invasione di plastica in tutti i mari, ma in particolare nel Pacifico (dove il Trash Vortex ha raggiunto dimensioni continentali essendo grande come due volte gli Stati Uniti), impedisce infatti di assorbire la CO2 portando quindi la devastazione prodotta dall’uomo per pura stupidità a livelli davvero incredibili.

Per quello che ci interessa qui, distruggere foreste non significa solo far crescere la CO2 in atmosfera e quindi favorire l’aumento di quell’effetto serra che tanti disastrosi guai ci sta procurando. Significa rendere arida la terra, quindi eliminare la possibilità di avere acqua a disposizione. E quindi la possibilità di avviare colture che, in ultima analisi, significa cibo. Fame e sete sono, a tutti gli effetti, conseguenze della deforestazione. Dove insomma la vita diventa davvero impensabile e impossibile. Certo, ci sono anche situazioni che sono andate così indipendentemente dall’azione dell’uomo. Milioni di anni fa, ad esempio, la zona di cui parleremo, i Llanos de Orinoquia, tra Colombia e Venezuela, era ricoperta da foltissime foreste, che poi sono completamente scomparse, lasciando il posto ad una savana arida e secca.

Las GaviotasNoi che abbiamo buttato le macchine da scrivere e ticchettiamo sui tasti della tastiera dei nostri computer, abbiamo in mente alcune funzioni elementari come CTRL+Z, CTRL+X, CTRL+Y e così via, che ci permettono di fare un passo indietro, cancellare e rimettere a posto quello che avevamo scritto. Siamo dei padreterni perché possiamo ripercorrere i nostri sbagli, correggerli senza che nessuno se ne accorga. Credo che a volte ci venga in mente di fare la stessa cosa con i nostri errori nella vita, specie quando litighiamo con qualcuno e vorremmo non aver mai detto quella frase o compiuto quel gesto. Ma questo è impossibile per il semplice fatto che esiste un senso unico lungo il quale scorre il tempo.

Eppure a qualcuno queste cose non piacciono. Non so se e quanto usi il computer, ma quello che è certo è che “lui” si è messo in testa di usare i tasti giusti per tornare indietro e rimettere a posto quello che è andato distrutto.

Si è messo in testa di ricreare le foreste pluviali.

Un pazzo, un visionario? In un certo senso sì, ma di quelli che ce ne vorrebbero a pacchi in questa nostra sofferente società che si arrovella sui problemi senza mai venire a capo di niente. “Lui” è Paolo Lugari, colombiano figlio di emigranti italiani, che Gabriel Garcia Marquez ha chiamato “l’inventore del mondo” … e scusate se è poco.

Cosa ha dunque fatto di così straordinario questo ecologista latinoamericano? Lui ha invertito l’ordine del tempo, portando una terra da condizioni disastrose, di siccità e deserto, ad una valle rigogliosa, coperta di foresta pluviale, con fonti d’acqua potabile, possibilità di lavoro e, cosa assai più importante per la zona, di cibo e quindi di sopravvivenza. Questa valle dell’Eden, che le Nazioni Unite hanno nominato come “modello di sviluppo sostenibile” si chiama Las Gaviotas.

Dal momento che noi abbiamo teste bacate perché siamo abituati a pensare che alla base di ogni trasformazione debba esserci la tecnologia e che quanto più complicata è la trasformazione tanto più sofistica dev’essere la tecnologia adottata, probabilmente ci stiamo chiedendo quali mezzi fantastici abbia usato Paolo, quali soluzioni meccaniche, elettriche, elettroniche gli siano venute in aiuto.

La risposta è semplice: nessuna!

Lui ha semplicemente fatto un “copia – incolla”: l’origine è stata la natura con i suoi processi fantastici, tutti perfettamente sostenibili, tutti senza mai un solo fallimento, tutti senza produrre mai disoccupazione. Basta guardarli, studiarli, capirli e poi applicarli. La storia di Las Gaviotas rientra dunque in quella Blue Economy di cui ho parlato altre volte e che viene citata come uno dei tanti esempi possibili per un futuro migliore dal libro di Gunter Pauli, Blue Economy (Ed. ambiente, 2010).

Ci sono persone che sono testarde per natura e non riesci a togliere loro un’idea che gli gira per la testa nemmeno a bastonate. Paolo Lugari era così fin da giovane, quando si incaponì per far diventare il deserto arido dei Llanos un’area in cui fosse possibile vivere e vivere bene.

Il prezzo del terreno era davvero favorevole (e ci sarebbe mancato altro per com’era ridotto) e venne acquistato per pochi dollari l’ettaro, grazie anche ad un finanziamento ottenuto con l’intervento di Mario Calderon Rivera, professore della più antica università colombiana e membro del club di Roma.

All’inizio c’era da farsi cadere le braccia, perché nessuna delle colture messe a dimora riusciva a resistere: niente di niente. Troppo sole, niente acqua, un disastro. E per di più un terreno molto acido: qualsiasi cosa si piantasse moriva.

Poi, quasi per caso, la soluzione.

Un agronomo venezuelano suggerì a Paolo Lugari di piantare un albero particolare, un pino (Pinus caribea) che attecchì ma di cui non si sapeva cosa farne. Tra i pini piantati qualcuno cresceva più in fretta di altri. Erano quelli alla base dei quali cresceva un fungo, il Pisolithus Tinctorius. Se cercate “micorriza” sul vocabolario scoprirete che esiste la possibilità di uno scambio di favori tra funghi (mykos) e radici (rhiza) di modo che tutti e due abbiano dei benefici. Questo è esattamente quello che succede a Las Gaviotas tra il Pisolithus e il Pinus caribea.

Las GaviotasCerchiamo di capire meglio.

E’ lo stesso Lugari a raccontare la storia di questa piantagione. Le sementi del pino tropicale sono raccolte nella foresta Mosquitia, che si estende tra Nicaragua e Honduras e in quella Maya del Peten in Guatemala. La prima semina non ha successo e le piante muoiono. Un anno dopo Pietro ritorna alla selva Mosquitia e osserva che le piante più vigorose sono quelle circondate dai funghi. E così le sementi di pino che vengono piantate in Gaviotas sono inoculate con le spore del fungo. Il risultato è molto buono e nel giro di pochi anni un giardino di pini copre 8000 ettari di terreno.

Questa unione simbiotica tra i due ecosistemi non solo ha garantito la sopravvivenza del 92% delle sementi, ma ha addirittura cambiato le caratteristiche fisiche della regione. Sembra un romanzo di fantascienza ma è la semplice verità.

Va tenuto presente dove siamo, “nel tropico del tropico” (come dice Lugari), dove i raggi del sole sono a picco tutto l’anno. Grazie al nutrimento fornito dal fungo, la pianta tuttavia riesce sempre a raggiungere la maturità. La foresta di pini crea una zona d’ombra, che protegge il terreno dai raggi ultravioletti. Il caldo c’è e fa cadere gli aghi degli alberi. A terra dunque abbiamo un tappeto di aghi che aumenta l’umidità del terreno e trattiene anche i detriti in decomposizione. La temperatura del terreno si abbassa e così l’acqua che cade viene assorbita. E’ tutta una trasformazione sequenziale e l’arida savana piano piano si trasforma in una foresta pluviale, ricca di acqua potabile, con terreno fertile per lo sviluppo di altre piante.

C’è un episodio che Gunter Pauli racconta nel suo libro “Blue economy”. Una troupe giapponese arriva a Las Gaviotas per realizzare un documentario su questo fenomeno così strano e meraviglioso. Osservano delle nuvole che si muovono in cielo. Una volta giunte sopra la foresta comincia a piovere. E’ come se la natura stessa si mostrasse grata a Paolo Lugari perché quando piove nelle Llanos (e adesso piove molto più spesso di prima) l’acqua cade su Las Gaviotas. La nuvola di Fantozzi? Un miracolo per strani agganci celesti? Niente di tutto questo. Le nubi scaricano la pioggia su terreni più freschi perché il punto di condensazione dell’acqua si abbassa. E attorno alla foresta il terreno non protetto dai pini è decisamente torrido. L’idea di mettere assieme un fungo e un pino ha dunque trasformato perfino la meteorologia e questa volta in modo molto vantaggioso.

L’obiettivo di Paolo Lugari è di quelli compresi nella filosofia di ZERI, l’associazione che Gunter Pauli ha fondato per studiare proprio questo tipo di processi. Quelli che, usando i segreti della natura (come appunto la micorriza), producono benessere, di quello vero, a partire dalla lotta alla fame, alla malnutrizione, alla desolazione delle popolazioni locali. E’ dunque un capitolo della blue economy.

E così, piano piano, anno dopo anno, mano a mano che un obiettivo si raggiunge, altri vengono posti, sempre più avanzati, sempre più impegnativi e ambiziosi.

L’energia che viene usata è poca, ma sufficiente. E’ energia eolica, ottenuta da impianti che sarebbe meglio chiamare mulini piuttosto che pale, ed energia solare.

La domanda diventa presto: “cosa ne facciamo di tutto questo ben di dio?”

La risposta o meglio le risposte sono venute progressivamente, quasi in un concatenarsi di cause ed effetti.

E’ perfino difficile stare dietro a tutto quello che avviene a Las Gaviotas. La cosa migliore che potete fare è recarvi sul sito della fondazione e scorrere le decine e decine di fotografie che testimoniano le varie attività della comunità. Qui non posso che fornire un riassunto sintetico. (Una selezione di foto tratte dal sito è in fondo a questo articolo).

Partiamo dagli alberi. Vengono utilizzati per estrarre la resina che viene poi in loco trasformata in colofonia, una materia prima ricercata per produrre vernici, cosmetici, profumi. Anche la fabbrica è targata ZERI, alimentata da pannelli solari, piccoli impianti eolici e una centrale a biomasse che usa il legname “in più” della foresta di Las Gaviotas. La quantità estratta dai pini è particolarmente elevata, circa 3 kg annui per 10 anni. Dopo alcuni anni di riposo la pianta è pronta per una nuova spremitura di altri 10 anni.

Una parte della zona è riservata a vivaio, dove i pini vengono seminati e fatti crescere per circa un anno con la tecnica descritta della micorriza. Poi sono trasportati nelle aree dove la foresta dovrà crescere ancora e messi a dimora a migliaia. Le foto aeree mostrano le estensioni di foresta delle varie età con gli alberi già maturi confinanti con quelli un po’ più piccoli e questi con altri ancora più piccoli e così via. Ed è davvero un grande spettacolo. Già perché a Las Gaviotas c’è anche una pista di atterraggio in mezzo alla foresta.

Un’altra attività, sembra davvero assurdo, è la produzione di acqua in bottiglia. Se pensiamo da dove siamo partiti sembra una storia incredibile e fantastica, che qualcuno ci prenda in giro. L’aumento della piovosità ha rimpinguato le falde sotterranee, protette adesso dall’ombra della foresta. Inoltre il fondo sabbioso esercita un’azione di filtro sulle acque piovane che rendono l’acqua “Las Gaviotas” di ottima qualità. E non ce n’è solo per gli abitanti, tanto che le bottiglie sono vendute anche nella capitale colombiana, Bogotà, a 500 km di distanza.

Las GaviotasPer rifornire i camion che trasportano le casse sono state piantate, tra i pini, delle palme dalle quali si ricava l’olio per produrre, grazie ad un impianto costruito in loco, biocombustibile. E qui non si tratta di aver sostituito le palme alla foresta pluviale come in Indonesia o in Malesia … il biodiesel è assolutamente a zero emissioni.

Il tutto avviene in ambiente perfettamente sterile, mantenendo quindi una qualità elevatissima del prodotto. Infatti ancora più curioso è il fatto che l’azienda dell’acqua sorge dove, fino ai primi anni ’90, era attivo un ospedale molto particolare. In quanto veniva raffrescato con tecniche naturali, basate anche sulla realizzazione di gallerie sotterranee come fanno le termiti per le proprie costruzioni (questo delle termiti è un altro capitolo delle iniziative fantastiche documentate da ZERI). Poi la politica sanitaria colombiana portò, per questioni burocratiche, alla chiusura della struttura medica. Ma le sale sterili sono rimaste, solo che adesso servono ad altro.

E già che c’erano, in questa specie di isola che non c’è, dove evidentemente i sogni sono costretti a diventare realtà, hanno cominciato a produrre tecnologie verdi per sostenersi. Specchi solari per riscaldare l’acqua prodotti nei laboratori di Las Gaviotas sono oggi in bella mostra nelle città colombiane. E poi pompe idrauliche, e impianti eolici nelle colline a nord di Bogotà. Interi quartieri di Bogotà, Medellin, Calì scaldano l’acqua o la pompano dalle falde con tecnologia “made in Las Gaviotas”.

Las GaviotasPiscicoltura e allevamento di capre completano il cerchio.

Tutto questo consente, oltre che di tutelare l’ambiente, produrre in modo completamente sostenibile, assorbire CO2 come quella prodotta da un paio di nazioni industrializzate dell’Europa, ridurre la deforestazione, le aree di siccità, procurare da bere e mangiare a centinaia di migliaia di persone (così è stimato l’indotto colombiano), oltre ad aver indicato una strada per iniziative simili che si stanno già sviluppando in altre aree del mondo … oltre a tutto questo (che basterebbe e avanzerebbe di per sé) … consente di stipendiare gli abitanti/lavoratori di Las Gaviotas (ad esempio quelli che estraggono la resina dai pini) con paghe di circa 300 $ al mese, oltre al vitto e all’alloggio. Poco? E’ più del doppio di quello che prende un operaio nella capitale colombiana.

Ah sì … adesso i terreni valgono 3000 volte più di quando sono stati acquistati, ma non sono in vendita.

Las GaviotasPaolo Lugari, il guru, fa il modesto sostenendo che tutto il merito è della natura e dice: “Ciò che abbiamo fatto a Las Gaviotas è consentire alla diversità di fare il suo corso e produrre i suoi effetti: nulla di più. E dicendo diversità, intendo quella biologica ma anche quella culturale”.

Già perché anche l’uomo e la sua cultura primordiale fanno parte della natura, solo che, con l’andare del tempo, l’abbiamo dimenticato.

Scritto da: Mario

Fonte: www.noncicredo.org

Vedi di seguito alcune immagini tratte dal sito di Las-Gaviotas.

Fonti:

Il libro ” Blue Economy” di Gunter Pauli (Ed. Ambiente, 2010)

Un vecchio articolo di Stefano Gulmanelli su Il Sole24h del 2006

Il centro Las Gaviotas ha un proprio sito in spagnolo.

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