ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENE

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENE

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENEAlimentazione Naturale, Popolazioni Indigene, Malattie Dell’Occidente E Medici Giramondo Cosa Avevano Scoperto

Agli inizi del Novecento nei paesi industrializzati si è preso coscienza del legame far malattie della civiltà ossia: malattie cardiovascolari, diabete, obesità e tumori e alimentazione occidentale.

Nei primi decenni del novecento alcuni medici che lavoravano a stretto contatto con popolazioni indigene in giro per il mondo notarono la quasi completa assenza in quelle popolazioni delle malattie tipiche dell’occidente che prima ho elencato.

Un medico dentista, Weston A Price.(1870-1948), in particolare si distinse per la ricerca e l’impegno, in svariate parti del mondo, nello studio di una dozzina di gruppi etnici diversi tra cui indiani peruviani, aborigeni australiani e montanari svizzeri.

Cosa avevano in comune i montanari svizzeri con gli aborigeni australiani studiati da Price?

L’assoluta mancanza di malattie tipiche dell’occidente ossia: malattie cardiovascolari, diabete, cancro, obesità, ipertensione, malattie degenerative, carie, ecc., quelle che negli stessi anni il medico inglese Denis Burkitt definì “malattie occidentali” perché direttamente collegate all’alimentazione occidentale.

Un’osservazione interessante la fece Albert Schweitzer, egli notò che gli “indigeni che intraprendono la vita dei bianchi nelle abitudini alimentari poco tempo dopo manifestano le stesse malattie dell’occidente che prima non manifestavano”.

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENEAltri ricercatori notarono che la comparsa delle malattie tipiche dell’occidente nelle popolazioni indigene seguiva di poco l’introduzione presso quelle comunità di cibi occidentali cioè “farina bianca, zuccheri raffinati e altri prodotti tipici da supermercato”.

Osservarono inoltre che la sequenza si ripeteva sempre nello stesso ordine: obesità, diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cerebrovascolari e malattie cardiache.

Price girò il mondo alla ricerca di quelli che lui chiamava i “gruppi di controllo” cioè popolazioni isolate che non erano state esposte all’alimentazione moderna. Egli raccolse i suoi studi in un testo dal titolo Nutrition and Physical Degeneration (Alimentazione e degenerazione fisica).

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENEIl lavoro di Price è oggi utile perché ci indica una via possibile per riappropriarci della proto-ecologia del cibo. L’industrializzazione del cibo ha tolto la cultura stessa del cibo, ha tolto il collegamento fra materia prima e prodotto finito.

Abbiamo perso di vista l’insieme e ci concentriamo solo sul risultato finale di un processo, quello che troviamo nel piatto davanti alla nostra bocca e ai nostri occhi senza chiederci nulla di come è arrivato li e in che condizioni.

Una fattoria italiana prima della seconda guerra mondiale auto produceva tutto quello di cui aveva bisogno, gli unici alimenti che comperava spesso barattando i propri prodotti erano: olio, sale, zucchero in modeste quantità. Le persone di quella fattoria avevano il controllo sul novantanove percento del cibo che consumavano, al contrario oggi una normale famiglia acquista la totalità degli alimenti all’esterno.

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENEAbbiamo perso il contatto, non abbiamo più il controllo non c’è più relazione con il cibo è diventato un’altra cosa rispetto a prima, non è più il simbolo della relazione fra la propria terra e l’uomo ma è diventato merce di consumo.

Cosa scoprirono questi ricercatori studiando molte popolazioni indigene in varie parti del mondo?

Che mangiando cibi tradizionali, di qualunque tipo, godevano di ottima salute e avevano bisogno di pochissime cure mediche.

Arrivarono quindi alla conclusione che nell’alimentazione moderna c’è qualcosa che provoca determinati problemi oppure è carente di qualcosa.

Price in particolare scoprì che le popolazioni indigene avevano un’alimentazione molto più ricca di vitamina A e D rispetto alla dieta occidentale.

Si sa che la lavorazione industriale degli alimenti gli impoverisce di fattori nutritivi e di vitamine. Danno cioè calorie/energia ma non nutrono l’organismo, non forniscono i micronutrienti sotto forma di vitamine e minerali di qui il corpo ha bisogno. Price concluse che la civiltà moderna aveva sacrificato la qualità alla quantità.

Price trovo popolazioni sanissime che si cibavano di pesce e frutti di mare, altre con diete a base di carne, altre con diete a base di latticini, e altre con dieta vegetariana.

ALIMENTAZIONE NATURALE DELLE POPOLAZIONI INDIGENEI due esempi più eclatanti sono i Masai che avevano una dieta basata su carne, sangue e latte e con rari apporti di origine vegetale e gli Esquimesi che vivevano con pesce crudo, selvaggina, uova di pesce e grasso di balena e non mangiavano mai verdura o frutta ma stavano benissimo.

Price concluse inoltre che il comune denominatore per una buona salute è nutrirsi con cibi freschi, ricavati da animali e piante cresciute su terreni ricchi di nutrienti.

Notò inoltre che la qualità del suolo è fondamentale la salute e il benessere, nel 1932 pubblicò un articolo dal titolo ”Nuova luce su alcune relazioni tra le carenze di minerali del suolo, gli alimenti poveri di vitamine e alcune malattie degenerative”.

Price aveva capito molti anni fa che quello che mangiamo ci collega alla terra e ai suoi elementi e all’energia solare. Amava dire alle sue conferenze che quello che oggi mangiamo qualche mese fa faceva parte del sole.

La moderna industrializzazione del cibo ha allungato la catena alimentare trasformando prodotti coltivati in terre lontane e poi conservati troppo a lungo, questo secondo Price infrange le regole della natura e priva i cibi prodotti industrialmente dei nutrienti indispensabili per la salute dell’uomo.

Spezzando i legami tra risorse locali, cibi locali e popolazione locale, il sistema del cibo industriale interrompe il ciclo dei nutrienti attraverso la catena alimentare.

Alla conclusione di questo breve viaggio possiamo affermare che l’essere umano nella storia e nei vari continenti si è adattato perfettamente a innumerevoli regimi alimentari anche estremi ma non si è assolutamente adattato alla dieta occidentale e all’industrializzazione del cibo.

Cosa possiamo fare per riprenderci la cultura e la consapevolezza di ciò che mangiamo?

Nutrition and Physical Degeneration, Weston A.Price; http://www.westonaprice.org/; “In difesa del cibo” Michael Pollan Ed. Adelphi

by Davide Bertola, Master Reiki Metodo Mikao Usui. Diploma Professionale Quadriennale in Naturopatia con specializzazione in Iridologia. Master in floriterapia Clinica. Abilitazione all’esercizio dell’arte ausiliaria delle professioni sanitarie di Massaggiatore ed Idroterapista. Iscritto all’albo degli Iridologi Italiani della ASSIRI. MASTER in OLISMOLOGIA presso il centro studi in Olismologia Milano. Socio fondatore del M.I.D.A.C.O. Movimento Italiano per la Diffusione dell’Approccio Clinico Olismologico. Cofondatore e presidente del CENTRO OLISTICO LO SPAZIO DELL’UOMO I.S.I.D.E. via S. Francesco 41, Bastia di Rovolon –PD-. Cofondatore di ISIDEACADEMY scuola di formazione per Operatori del Benessere. Ballerino di tango, giocatore di golf, apprendista velista…

Fonte: ISIDE Academy

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